Tre ragazze, una commissione di maturità e una funzione agonizzante

Tre ragazze di un liceo classico di Venezia decidono di non rispondere all’esame orale di maturità per protesta: non concordano con la valutazione ricevuta/meritata relativa alla prova scritta di greco. Si legge che i genitori approvano la posizione da loro assunta che pare, anche da alcuni commenti sui media, conferire loro un’aurea di maturità che va oltre al banale conseguimento di quella ordinaria, propria di chi si è più semplicemente sottoposto alla valutazione della commissione. Il gesto delle tre «eroine», va detto, non le ha mai esposte alla bocciatura, poiché avevano già in tasca i crediti sufficienti per conseguire il diploma, anche se con una votazione inferiore. Ora che l’eco mediatico si è attenuato, merita fare un pensiero su che cosa abbia reso possibile l’assunzione di una tale posizione.

In realtà non abbiamo assistito a qualcosa di nuovo, innovativo o rivoluzionario, ma alla riproposizione di un già visto, anche se è diverso il contesto. Per i più che ci sono passati, l’esame di maturità è stato uno spauracchio, fonte di grande preoccupazione, di notti insonni e ora, che non è più che un ricordo, può capitare che il sacro timore di non averlo superato ritorni nei loro incubi notturni. La maturità era così temuta perché rappresentava un rito di passaggio significativo, uno dei pochi nella nostra cultura scientista che li ha affossati quasi tutti. Qualcuno era lì – i membri della commissione – a dirci se eravamo pronti a far parte del mondo dei cresciuti, se avevamo le carte in regola per lavorare o fare studi «alti». Se, insomma, era terminato il tempo dell’adolescenza, del disimpegno e iniziava quello appunto della maturità. Nessuno si sarebbe sognato di contestare in modo radicale il giudizio di chi aveva il compito di conferirci la patente. Certo, qualcuno innanzi a un voto non positivo ha mugugnato o si è sentito vittima di una ingiusta o superficiale valutazione, e si è quindi lagnato nel merito della votazione conseguita. Qui, invece, l’apparente novità è che le tre ragazze, con l’atto del silenzio durante l’esame orale, hanno contestato il valore simbolico incarnato dalla commissione. In altre parole, e senza parole, hanno sostanzialmente detto che la commissione non aveva più titolo di esprimere un giudizio di valore su di loro, ma avrebbe dovuto limitarsi a effettuare la contabilità dei crediti e promuoverle, cosa che il nostro garantismo scolastico non permetteva altro che fare.

Detto in termini psicoanalitici le tre figliole hanno rigettato il padre, o meglio la funzione paterna che, per inciso, è tale e non propria di un genere, e introduce al mondo anche attraverso l’ingiunzione di un limite che è rappresentato dalla sua parola (qui, nella fattispecie, da un giudizio di merito scolastico). Difficile entrare nel mondo senza un padre che certifichi la nostra competenza ad abitarlo e fa dispiacere che queste tre ragazze, con l’orgoglio di essersi maturate da sé, non possano godere di quella solida sicurezza che solo il giudizio riconosciuto di una parte terza, di un padre o di chi ne incarna la funzione simbolica, ci consente di conseguire. Ma nulla di nuovo, il nostro tempo insieme al cadavere del patriarcato sta seppellendo l’agonizzante funzione simbolica del padre. Non resta che cercarla per via traverse, attraverso la sfida per esempio. Forse le tre ragazze hanno inconsapevolmente cercato di evocarla nel loro paradossale rifiuto, ma temo che neppure chi dovrebbe assumerne le vesti, o meglio la funzione simbolica, possa, sappia o creda di poterlo ancora fare.

CR